venerdì 10 ottobre 2008

Arringa milonguera

Un argomento molto gettonato nelle comunità tanghere riguarda le differenze stilistiche. Oggetto del contendere è spesso il “tango milonguero”. Sento dire che l’espressione è sconveniente e che ha solo valenza commerciale; che lo stile di ballo è limitativo, adatto solo per tangheri poco talentuosi e che rappresenta la versione semplificata del vero tango. Prima rispondevo, argomentavo, dibattevo. Poi mi sono arreso: ognuno è libero di fare e pensare come gli pare. E tuttavia, quando a discettare “dottamente” dell’argomento sono maestri, organizzatori o altri operatori con responsabilità verso le comunità tanghere, mi torna il desiderio di spendere qualche parola.

milongueros

Come più volte detto, il tango “milonguero” indica almeno etimologicamente il tango della milonga e in questo senso è sinonimo di tango salon. Prima d’ogni altra osservazione mi sembra dunque ovvio che, di tango milonguero, ne possa parlare con cognizione di causa solo chi frequenta abitualmente le milonghe e ama cimentarsi con la pista nella sua più gloriosa espressione (i.e. quando pullula di tangheri!). Di contro chi più discetta dell’argomento sono proprio quei tangheri, anche maestri, che frequentano la milonga saltuariamente e che riescono a dar sfoggio della loro abilità solo in fine serata, con la pista ormai vuota. Tuttavia millantano esperienze portene, in epiche vacanze, durante le quali hanno potuto saggiare il “vero tango” (ed evidentemente il “vero tango” i loro quattrini!).
estilo

Con l’espressione tango milonguero è costume indicare anche una particolare espressione stilistica nell’ambito degli stili di tango salon. Deve essere subito chiaro cha la tassonomia stilistica cerca di catalogare realtà o interessi che già esistono, senza la pretesa di crearne di nuovi. Questa catalogazione ha un’utilità pratica, permettendo di qualificare corsi, stage, ecc., a beneficio dei potenziali fruitori (e talora anche dei maestri e degli organizzatori!). Vale la pena di aggiungere che Susana Miller, a cui è attribuita la primogenitura dell’espressione “tango milonguero”, non ha inventato nulla di nuovo ma ha semplicemente definito il modo di ballare di alcuni (e non di tutti!) vecchi milongueros, approfondendo gli aspetti pedagogici. Numerosi maestri argentini, talora anche molto autorevoli, disconoscono questa caratterizzazione stilistica mentre altri la denigrano apertamente ravvisandone solo degli scopi commerciali. Nulla di cui stupirsi: i denunciati fini commerciali, diretti o indiretti, sono molto più diffusi nel mondo del tango di quanto i detrattori della Miller lascino intendere! Al di là di queste diatribe, non sempre ispirate a nobili principi, ci si rende facilmente conto che l’insegnamento della Miller non è poi così originale, anzi… Segno che il tango salon - stile milonguero è più o meno tecnicamente definito e non si tratta di un’estrapolazione da altri sistemi.
esperienza

Ogni milonguero con un certo bagaglio d’esperienza (di milonga, si badi bene) si differenzia per un suo unico ed irripetibile modo di ballare. La “tecnica” del tango milonguero si basa sull’“esperienza collettiva” cioè sull’insieme di quei caratteri che accomunano i cultori di questo stile, con l’imprescindibile contributo di chi le milonghe di Buenos Aires le ha frequentate per una vita. Partendo da questa base tecnica il tango milonguero si arricchisce poi dell’esperienza più raffinata dei grandi ballerini (sempre di milonga), con dettagli e particolari, talora davvero poco appariscenti, che possono rendere un ballo più frizzante, armonioso e gradevole. Così, la tecnica del tango milonguero si compone d’elementi basilari, in genere più evidenti almeno agli occhi del profano, e di altri più “sottili” che possono essere acquisiti solo in momenti successivi, quand’è maturata la giusta esperienza (di milonga, ovviamente). L’abbraccio tendenzialmente serrato sui due lati del petto è quindi solo una delle componenti tecniche “basilari” del tango milonguero e non certo l’unica. Quando esperti tangheri d’altra formazione, ma profani milongueri, stringono l’abbraccio con cipiglio appassionato, emulando goffamente ben più illustri ballerini, e nella convinzione d’aver esaurito d’un sol colpo l’esperienza e lo studio necessari, liquidano tutta la complessità di un linguaggio loro sconosciuto come “tango semplificato e limitativo”, viene da pensare che semplificata e limitata sia piuttosto la loro competenza.

semplificazioni

La convinzione secondo cui il tango milonguero rappresenterebbe la “versione semplificata” d’altri modi di ballare nasce dall’erronea supposizione che, data la difficoltà ad eseguire in abbraccio serrato figure più “ariose”, esso equivalga ad un tango aperto privato della possibilità d’aprire l’abbraccio! Ora occorre una precisazione. Nei luoghi dove si balla un tango sociale è dato per scontato che alcune figurazioni non possano e non debbano essere eseguite. Forse in Europa e in Italia non è poi così scontato. Mi hanno raccontato di famosi maestri argentini che dopo aver calcato le milonghe europee con evoluzioni mirabolanti, una volta tornati nei loro luoghi d’origine, sono stati visti ballare in modo molto più sobrio. L’impressione è che l’Italia, insieme a tanti altri paesi, sia vissuta spesso come terra di conquista dove, accantonate le regole, prevale la necessità di fare proseliti sia ballando in modo più appariscente sia insegnando un tango tutt’altro che sociale. Questo tipo di tango, spacciato per tango da milonga, alla fine è un tango più da esibizione o da palcoscenico. Così, in Italia, prima ancora di confrontare lo stile milonguero con gli altri stili di tango da milonga (o tango salon da noi poco o male diffuso) occorre differenziarlo dal tango da palcoscenico.
genetica

Senza dilungarmi su argomenti triti e ritriti, mi sembra opportuno richiamare una differenza genetica: il tango da palcoscenico nasce per emozionare il pubblico; il tango milonguero (al pari degli altri stili da sala) per il piacere della coppia di ballo. Nel corso della reciproca evoluzione, il primo ha selezionato le tecniche più adatte a suscitare impatto emotivo sul pubblico, tralasciandone altre di minor effetto scenico; il secondo ne ha sviluppate invece altre ancora, talora poco appariscenti, ma adatte ad aumentare la gradevolezza del ballo nella coppia. Non si tratta d’attributi mutuamente esclusivi nel senso che non necessariamente un tango da palcoscenico sarà sgradevole o uno milonguero esteticamente deprecabile e tuttavia va da se che il primo privilegi le tecniche “belle”, il secondo quelle “piacevoli”.

fascino

Stante l’esistenza di elementi tecnici “propri”, non condivisi e talora antitetici tra il tango milonguero e quello da palcoscenico, l’affermazione secondo cui il primo sia la versione semplificata del secondo vale esattamente quanto l’inverso nel senso che il tango da palcoscenico manca di sviscerare la parte tecnica responsabile della “piacevolezza” nel ballo da milonga! Giusto per citare qualche banale esempio: i ballerini da palcoscenico danzano avendo cura di mantenere una postura relativamente rigida e sempre elegante mentre i milongueros sanno bene che la piacevolezza dell’abbraccio può essere ricercata attraverso una postura morbida e “accomodante”, anche usando movimenti tipici, talora esteticamente insignificanti, ma di certo gradevoli nello spazio della coppia. Analogamente: i passi lunghi ed eleganti nella camminata sono fondamentali per lasciare apprezzare la bellezza del movimento ad un osservatore mentre, in milonga, la possibilità di variare intensità ed energia del movimento offre grandi spunti interpretativi e di comunicazione oltre a premettere una gestione di spazi spesso improvvisamente ridotti. E ancora: in uno spettacolo i “tacchi al vento” della ballerina danno spunti di grande suggestione mentre in una milonga l’incolumità delle coppie ne risulta avvantaggiata se i tacchi restano sempre rasi alla pista. Gli esempi si possono moltiplicare. Così ambedue gli stili hanno un fascino proprio ma caratterizzato da elementi tecnici differenziati. Fatto sta che numerosi critici del tango milonguero, anche se amano definirsi “salonisti” hanno in realtà un’esperienza ed una formazione per lo più da “palcoscenico”. Paradossalmente, quando insegnano, trasmettono figurazioni improbabili a persone che non hanno alcuna velleità di esibirsi e talora neanche un fisico sufficientemente allenato per farlo, rendendole semplicemente ridicole.
condivisione

Critiche più fondate mi sento di riceverle e condividerle da chi invece balla un buon tango da sala (milonga) anche se con stile “non milonguero”. A dire il vero, con questi ultimi, le differenze si limano molto e comunque si risolvono facilmente nel gusto e nella sensibilità individuali. Infatti il tango milonguero, con una posizione leggermente inclinata in avanti e con l’abbraccio serrato da tutti e due i lati favorisce una comunicazione immediata e, come conseguenza, la possibilità di un’interpretazione più vivace e improvvisata. Altri stili ballati come si suole dire “più in asse” favoriscono invece altri tipi di dinamiche, altrettanto difficili e affascinanti. A questo punto resta solo una questione di scelta in base al proprio gusto e, non certo, in funzione della semplicità dell’uno o dell’altro stile perché, com’è ben noto, in tutti i casi l’apprendimento richiede studio e pratica.
medaglia

Ogni medaglia ha però due facce e se da un lato c’è chi gratuitamente critica e sminuisce lo stile milonguero dall’altro ci sono (pseudo) milongueri che fanno di tutto per tirarsi addosso le critiche. Questi ultimi sono quelli che millantano attitudini elitarie, che ostentano irriverente superiorità eludendo, loro per primi, lo spirito del tango della milonga, di cui si professano cultori (sigh! … cfr. il post “tango tristemente milonguero”). Spesso, ma è ora solo una considerazione personale, questi pseudo milongueri sono devoti allievi di maestri non propriamente milongueri e non sembrano affatto incuriositi dal significato di ciò che ballano al di là di dove sistemare il piedino e di come eseguire un adorno. Come conseguenza alimentano sentimenti di repulsione verso lo stile milonguero da parte di chi legittimamente e serenamente preferisce altri modi di ballare. Così chi ama semplicemente andare in milonga per svagarsi un po’ si trova in mezzo alle becere dicerie di chi, forse, in milonga non dovrebbe proprio andarci se non gradisce innanzitutto la dimensione sociale del tango.
insegnamento

Riprendendo il discorso tecnico mi sembra che il punto cruciale sia la qualità dell’insegnamento nel senso che, tolti gli elementi in comune a tutti gli stili (gli argentini sogliono ripetere che “il tango è uno”), ogni maestro dovrebbe mettere in risalto gli aspetti e le dinamiche tipiche del tango che sta insegnando, che vanno ben al di là delle “figure”. Imparare il tango milonguero non significa apprendere lo stesso tango da palcoscenico meno qualcosa ma piuttosto approfondire gli elementi caratterizzanti; esattamente com’è per gli altri stili! In assenza di questa caratterizzazione e quindi senza uno studio sufficientemente lungo e approfondito, ogni stile risulterebbe semplificato.
test

Così se a qualcuno sembra che il tango che sta imparando sia una versione “semplificata” non ha che da chiedere al proprio insegnante quali siano gli elementi tipici del suo stile (che prima o poi dovranno pure essere approfonditi!). Nel caso del tango milonguero, se la risposta dovesse essere del tipo l’“ocho milonguero”… conviene subito cambiare stile! :-)

mercoledì 23 luglio 2008

Omaggio a Ricardo Vidort


Ricardo Vidort è uno dei ballerini di tango che prediligo. Non avendo avuto la fortuna di studiare con lui, mi accontento di guardare ancora e ancora i suoi video e mi sazio dei racconti di chi invece lo ha conosciuto, sia tra gli amici italiani sia tra i grandi maestri argentini. Quando, nella pausa tra due lezioni, conversando con Susana Miller arrivammo a parlare di Vidort, i suoi occhi si illuminarono e si caricò di un nuovo entusiasmo. Subito dopo aggiunse “allora, alla prossima lezione vi mostro un passo di Ricardo!”.

I primi anni di tango mi emozionavano le esibizioni dei grandi ballerini da palcoscenico, come credo capiti un po’ a tutti. Oggi che di salti ne ho visti tanti e che inizio a guardare anche alla genuinità della partecipazione emotiva dei ballerini sono certamente meno sensibile alle coreografie di tango argentino eseguite con precisione svizzera e glamour francese: troppo cosmopolite!

Le esibizioni di Vidort invece mi affascinano: mi è sempre piaciuto pensare che, pur se in esibizione, Vidort ballasse assorto nella musica, unicamente per la ballerina; riguardo alle sue partner, mi sembra quasi che rinuncino all’attenzione tecnica per concedersi alla maestria del ballerino. Confesso che quando in milonga suona Poema non riesco a non figurarmi la splendida interpretazione di Vidort (riportato nei "tanghi a 5 stelle" del blog)

Un’interpretazione che sembra viva perché ogni volta che la riguardo scorgo un nuovo particolare che richiama la mia attenzione e mi impegna nelle milonghe successive. Un modo di eseguire una tecnica che emulo, estrapolo, sperimento e inevitabilmente mi rivela un nuovo gusto nel ballo. I “passi” sono sempre gli stessi, ma un ginocchio flesso, un gioco di pesi, di equilibri e squilibri, una particolare dinamica riescono a condire, insaporire e rinnovare il tango. “Ebbene caro Ricardo, rubo alcuni dei tuoi segreti sperando di onorare, solo per l’intenzione e non per gli esiti, l’arte del tuo tango”.

In questa mia ammirazione per Vidort, figurarsi la sorpresa quando spulciando in internet ho trovato altri due suoi video (http://www.tangoandchaos.org/chapt_5video/30ricardo.htm e ancora meglio ripreso http://www.tangoandchaos.org/chapt_5video/33ricardo.htm ), nuovamente di rara bellezza e genuinamente milongueri. Il contesto merita anche una lettura.

Da ultimo un estratto da una lettera di Vidort (nel post del 1/7/2008 “walk, walk, walk” del blog di Jenny Surelia: http://tangothoughts.typepad.co.uk/tango_thoughts/) in cui è proposto un significato all’essere milonguero. Per essere un milonguero, dice Ricardo (in un libero commento ad alcune frasi), devi avere innanzitutto un tuo proprio stile di ballo: un modo unico di sentire la musica, il ritmo, la cadencia e l'abbraccio... solo allora la musica invade il corpo e la mente perché possa entrare in comunicazione col tuo partner. Ballando per l’altro, dando priorità al sentimento: per questo un milognuero improvvisa sempre con il piacere d’essere se stesso. Il tango è un sentimento: praticare per essere sempre sé stessi e non la copia di qualcun altro.

Gaber avrebbe detto per non sognare i sogni di altri sognatori…
(foto by Kamath_In)

martedì 1 luglio 2008

L'unico allievo di tango



Capita spesso d’incontrare qualche tanghero che si proclama ironicamente l’unico allievo della sua città, conteso da tutti gli altri, ormai già maestri. Il corollario è che insegnano “cani e porci”. Se non ho mai ironizzato sulla precocità con cui capiti di autopromuoversi maestro, forse perché io stesso in difetto, confido d’averne condiviso più volte il corollario. Col tempo, ampliando la prospettiva di osservazione sul panorama tanghero nazionale, sto maturando invece giudizi assai più cauti.

Da un punto di vista squisitamente quantitativo, infatti, mi viene da pensare che quanto maggiore è il numero di insegnanti tanto più gremite saranno le milonghe e per me, che del tango amo la dimensione sociale, questa evenienza non può che essere positiva. Del resto se si fosse aspettato che giungessero eccellenti maestri d’oltre oceano per iniziare dei corsi, oggi non si ballerebbe che in poche città e con sparute comunità tanghere. Aggiungerei ancora che col passare degli anni, l’impegno di persone dedite all’insegnamento, oltre ad aumentare in numero e qualità i ballerini, ha contribuito anche alla crescita delle loro competenze didattiche. E non si può sottacere a tal proposito il fatto che oggi sono presenti in Italia maestri con esperienze d’insegnamento e capacità che spesso non hanno nulla da invidiare a quelle dei “colleghi” argentini.

Ovviamente queste considerazioni non spostano il problema della qualità degli insegnanti. Sarebbe da miopi non riconoscere che lo “stesso” tango possa essere insegnato in modi differenti, più o meno bene.

Da convinto milonguero penso che l’unico padrone del tango sia la “milonga”. La milonga decide del valore d’un ballerino, di un allievo o di un maestro; seleziona le tecniche e i comportamenti adeguati. E’ una scure pronta a recidere ogni autoreferenza: la qualifica di “maestro” non fa eccezione. Quando un allievo inizia a frequentare le milonghe ed a confrontarsi con gli altri delle diverse scuole può sincerarsi della bontà degli insegnamenti ricevuti. A questo punto il passaggio degli allievi da una scuola all’altra è fisiologico e forse forse anche positivo per la comunità tanghera nel suo complesso. Non dimentichiamo, memori anche della nostra personale esperienza, che la scelta iniziale della scuola presso cui cominciare il corso di tango è dettata da mille motivi che il più delle volte esulano dalla “qualità” dei maestri: la distanza da casa, le scelte degli amici, la scuola più famosa, ecc.. Si dovrà dunque considerare come ineluttabile una scelta successiva e più consapevole dei maestri a cui affidarsi.

In altre parole è la milonga l’unico filtro, “il mercato” del tango. Per questo trovo aberranti le pretese monopolizzatrici di alcune associazioni che intendono “diplomare” (e diplomano!) i maestri di tango, con tanto di livelli: bronzo, argento, oro… Se si accettasse (come alcune di queste associazioni richiedono) che il tango fosse insegnato solo da maestri “abilitati”, senza il vaglio della milonga, il piacere e la spontaneità del ballo sarebbero sostituiti da uno sterile tecnicismo, ammesso e non concesso che i diplomati abbaino almeno quello!
Una sorta di piccola “abilitazione” verbale la facciamo anche noi quando stabiliamo improvvisati, soggettivi e discutibili criteri circa l’inadeguatezza di alcuni ad insegnare, i cosiddetti “cani e porci”. Di ciò mi sono macchiato e continuo di tanto in tanto a macchiarmi la coscienza (con la cenere sul capo, però!). Forse occorrerebbe porre più attenzione all’importanza della milonga ed alle sue capacità di selezione.

Detto ciò, sarebbe interessante aprire un capitolo sulla figura del maestro di tango. A quanto ne sappia l’istituzione del ruolo di “Maestro” è abbastanza recente dato che un tempo il tango lo si imparava in famiglia o dagli amici o da conoscenti prima di avventurarsi in milonga. E questo potrebbe essere l’equivalente di ciò che succede oggi quando un tanghero con poca esperienza decida di dedicarsi all’insegnamento (il maestro precoce di cui sopra); senza nessuno scandalo. Senza nulla togliere a chi il maestro lo fa di professione né alle riconosciute capacità didattiche di molti bravi maestri, forse occorrerebbe smitizzare la figura dell’insegnante e riportarla al suo contesto più genuino che è quello di uno spontaneo trasferimento di esperienze … in attesa che superino il filtro della milonga.

L’argomento del post è abbastanza ostico per le innumerevoli implicazioni. Così ad esempio si potrebbero analizzare le responsabilità di chi tiene un corso e che comunque imposta un lavoro con il corpo dei suoi allievi. Le mie osservazioni si riferiscono al tango milonguero ma è certo che queste responsabilità aumentano sensibilmente quando, ad esempio, si insegnino delle figure più spettacolari come salti e giochi di gambe con una notevole sollecitazione delle articolazioni. In tutti questi casi, che competenze e quale esperienza dovrebbe avere un maestro di tango? (photo by Boston)

lunedì 26 maggio 2008

Elogio alla brava ballerina


Una questione imperante in milonga è la bravura dei ballerini; e dei maestri. Ecco un aneddoto.

Anni fa, quand’ero poco più che novizio del tango, giunse nella mia città una tra le migliori ballerine al mondo per uno stage. Ne avevo sentito parlare, sapevo ch’era apprezzata ma ignoravo le gerarchie tanguere, insieme a tante altre cose. Orgoglioso dei miei primi successi e già armato di diverse figure non mi mancava niente.

Così, in milonga, tra la titubanza dei ballerini più esperti, emerse la mia faccia tosta. La invitai e lei accettò. Oggi capisco che non avrebbe potuto rifiutare: ogni ballerino famoso mette in conto un certo numero di tanghi “politicamente” corretti prima ancora che desiderati.

Ballammo ed ero emozionato; di tutte le figure che conoscevo mi riuscì appena una camminata o poco più. La ballerina chiuse gli occhi e ballò come se fossi stato il più virtuoso dei ballerini. Partecipe ed appassionata. Fu un tango “troppo” gradevole per le mie capacità. A digiuno dei più elementari codici di comportamento, sentì solo la spinta di un sano realismo nel sorriderle e ringraziarla al termine del tango.

In un sol ballo un grande insegnamento che da allora cerco di onorare in ogni mio tango. Il post è un piccolo tributo ad una grande maestra. (foto by 35mmMonkey)

mercoledì 14 maggio 2008

Tango milonguero: indicatori di qualità



Sul blog Alma Milonguera, curato da due bravi maestri di Napoli (Mara e Paolo, nel video), è pubblicato un quaderno tecnico con gli “indicatori di qualità” per una buona tecnica di ballo. Ovviamente una buona tecnica di ballo si compone di tanti elementi; con gli indicatori hanno voluto evidentemente elencare quelli che secondo loro rivestono una certa priorità. L’argomento è particolarmente stimolante.

Pur condividendo pienamente la validità degli elementi tecnici elencati da Mara e Paolo, quando in milonga cerco di scovare i più bravi ballerini/e, in genere, utilizzo insieme ad alcuni dei loro “indicatori” anche altri parametri; analoghi criteri mi guidano sia quando studio sia quando insegno.

Come premessa occorre definire cosa si intenda per “buon ballerino” e con quali strumenti quantificarne la qualità. A differenza del tango da palcoscenico, dove possono essere stilati criteri “oggettivi” per definire una tecnica più o meno corretta (ad esempio dalla quantità di spettatori, dagli incassi, dalle recensioni, ecc.), nel tango milonguero i criteri sono molto più sfumati. Si balla infatti per il piacere, proprio e del partner, e questo è difficilmente misurabile, se non su base statistica (…e vallo a selezionare un campione rappresentativo di ballerini!). Mi è capitato di guardare tangheri “terribili a vedersi”, a cui non avrei dato alcun credito, salvo poi sentire i commenti entusiastici di chi aveva appena ballato con loro. Che dire in questi casi? Se c’è piacere, la tecnica è corretta!

Gli elementi tecnico-strutturali che vado ad elencare sono quelli che ritengo possano rendere un tango piacevole sulla base della mia personale esperienza di ballerino e insegnante. Sono dunque “indicatori” soggettivi che ammettono ampie eccezioni. Si limitano a quelli valutabili dall’esterno;dall’interno si colgono tante altre sfumature che avrebbe poco senso inserire nel post. Ecco dunque i miei indicatori:

1) Poca energia nelle “gambe”: nel tango milonguero la comunicazione avviene con la parte alta del corpo. Ognuno poi ha il suo sistema di riferimento, chi dice l’addome, chi il petto, chi le spalle, chi il centro… io uso il centro. Lo scambio di informazione avviene attraverso il centro: l’uomo convoglia l’energia per guidare uno spostamento; la donna lo recepisce e lo segue. L’energia che arriva alle gambe è solo un tenue riflesso di quella che passa per i centri; tutta l’energia in eccesso non solo è al di fuori della comunicazione di coppia ma è percepita come un disturbo. Come corollario aggiungerei la generica assenza di tensioni, anche nell’abbraccio (cfr. il post su tangoquerido).

2) Il “centro” rivolto verso il partner: se la comunicazione avviene tramite i centri questi devono “guardare” il partner altrimenti l’energia risulta dispera in altre direzioni (è una questione di vettori…). Casi tipici: i dolori di schiena delle ballerine quando il centro dell’uomo guarda in basso. – Questo potrebbe in parte equivalere all’allineamento dei cingoli di cui parlano Mara e Paolo.

3) Movimento delle anche: i Maestri dicono che il passo milonguero è pesante, come quello di un elefante. Ho impiegato un po’ di anni a capire cosa significasse. Non era difficile: è solo un gioco di anche; l’anca senza peso si rilassa e si abbassa, l'altra è allineata col centro e sostiene il peso. Il rilassamento delle gambe parte dalle anche. Cari milongheri, redarguiti a lezione per evitare movimenti di bacino, posso immaginare il vostro stupore. Provare per credere!

4) Partecipazione di tutto il corpo al movimento: qui entriamo nella “metafisica”. Agli inizi viene insegnato a restare impettiti e a ballare ingessati. Col tempo si scopre l’utilità del gioco delle anche, delle ginocchia (Susana Miller dice che i milongueros “parlano” con le ginocchia), del “centro”, che si porta dietro tutto il busto, ecc.. Difficile spiegare con le parole questo punto: chi ne ha esperienza mi avrà già compreso, per gli altri “come se non avessi detto niente”.

5) Le pause: qui mi ritrovo perfettamente in sintonia con Mara, Paolo e presumibilmente con qualche comune maestro… E aggiungerei che una buona pausa richiede consapevolezza del ruolo delle anche sia per l’uomo sia per la donna. In realtà le pause andrebbero inserite in un discorso più ampio di interpretazione musicale (e circolazione in pista...) ma stanno bene anche in una voce a sé stante.

6) tacchi sul pavimento: al di là di ogni altra considerazione, come ad esempio i famosi dolori delle ballerine agli avampiedi (di cui ho conoscenza teorica), è sufficiente provare una taccata (di cui ho conoscenza pratica) per condividere questo punto.

7) inclinazione dell’asse: non mi sembra il caso di dilungarmi

8) Lo sguardo…quello dell'altro/a però! Se esprime soddisfazione vuol dire che sta andando benone ma se si perde nel vuoto o se cerca i saluti delle persone a bordo pista… non ci sono altri indicatori che tengano! Questo è l’indicatore risolutivo.

Questi sono i criteri principali attraverso cui mi faccio un idea della qualità tecnica di un ballerino/a, fermo restando che a questi pochi punti aggiungo volentieri gli altri elencati da Mara e Paolo. Forse dimentico qualcosa, del tipo: interpretazione musicale, seguire la ronda, ecc. ecc., ma questo lo diamo per scontato … oppure no?